Vorrei parlare del mobbing, ossia quell’insieme di comportamenti e atteggiamenti atti a vessare una persona con l’obiettivo di determinare la sua esclusione dal contesto di lavoro, partendo da un interessante film di Francesca Comencini intitolato, appunto, Mobbing-mi piace lavorare .

In questo film Anna (Nicoletta Braschi), la protagonista, subisce una serie di vessazioni da parte dei dirigenti della propria azienda che da poco è stata rilevata da una multinazionale straniera, modificando tutti gli assetti aziendali nonché la politica di gestione dei lavoratori. Da youtube riprendo questo brevissimo spezzone del film:

In questo frammento di film emerge chiaramente lo stile comunicativo che si instaura nell’ambito di una situazione di mobbing. Il responsabile non adotta verso Anna un’atteggiamento chiaramente violento, tuttavia è presente in modo marcato una continua squalifica verso Anna, squalifica che viene agita sia sul piano professionale (la mancata convocazione alla riunione) sia sul piano personale (la battuta sul vestito). Questo passaggio dal piano professionale al piano personale rende ancora più forte la squalifica ed il disconoscimento della persona, aumentando gli effetti destrutturanti del mobbing.
Interessante è anche il passaggio finale del frammento, passaggio in cui il dirigente dice ad Anna di aspettarlo alla fotocopiatrice perché ha un incarico da assegnarle. In diversi momenti del film il dirigente si rivolge ad Anna, ogniqualvolta lei viene demansionata, iniziando il discorso con la frase: “ho un importante incarico da assegnarle”; in realtà l’incarico è sempre inutile, frustrante e demansionante. Questa modalità comunicativa, in cui il canale verbale trasmette un messaggio (ho un importante incarico da assegnarle) mentre sul piano non verbale trasmette il messaggio opposto (stare seduta a fianco della fotocopiatrice) ricorda molto il concetto di doppio legame studiato da Gregory Bateson e caratteristico di processi relazionali disfunzionali.

Il doppio legame genera un cortocircuito nella comunicazione. Colui che riceve il messaggio non è più in grado di comprenderne il senso e si mostra smarrito dinnanzi alla situazione. Questa modalità distorta di comunicazione ha ancor più effetto laddove la persona si sente colpita a causa di proprie mancanze, ossia attribuisce a se stessa la responsabilità di essere oggetto di mobbing (cercando la causa nel proprio rendimento professionale, nelle proprie caratteristiche personali, nella propria condizione), utilizzando un processo di valutazione del contesto sulla base di un locus of control interno (io sono responsabile di ciò che mi accade). In questi casi tuttavia è importante che la persona sia supportata ad uscire da questa visione rigida della situazione ed a comprendere le dinamiche di comunicazione distorta che caratterizzano il contesto di lavoro in quel momento, ampliando la visione e favorendo anche l’osservazione di dinamiche allargate all’interno delle quali la persona rappresenta solamente una semplice pedina nell’ambito di un gioco ben più ampio. é quindi utile una presa di coscienza delle dinamiche più ampie all’interno delle quali si sviluppa il mobbing, favorendo una visione delle cose anche sulla base di un locus of control esterno (quello che sta accadendo non dipende da me) che, paradossalmente, porta la persona a svincolarsi più facilmente dalla relazione distorta che la sta soffocando.

Una visione più allargata della situazione permette di ridurre il processo di destrutturazione psicologica attivato nella persona che subisce mobbing, riducendo il rischio depressivo nonché le sindromi ansiose che possono derivare.

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psicologa psicoterapeuta

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