In questo post vorrei riprendere alcune parole scritte da Franco Basaglia nel suo libro “Cos’è la psichiatria?” pubblicato per la prima volta nel 1967 e ripubblicato nel 2014 da Baldini & Castoldi. A mio avviso in questo testo si trovano alcuni spunti tuttora molto interessanti rispetto al cambiamento di prospettiva che si è avuto negli anni settanta e che ha portato a trasformazioni importanti nel modo di concepire il diagio psichico.

Nello specifico, qui di seguito in corsivo riporto un frammento di questo testo in cui si parla dell’uso della diagnosi e del come essa può rischiare di far scomparire la persona in sé, come se al posto della persona venisse messa in primo piano l’esigenza di una categorizzazione dell’altro.

Le diagnosi psichiatriche hanno assunto un valore ormai categoriale, nel senso che corrispondono ad un etichettamento, ad una stigmatizzazione del malato, oltre i quali non c’è più possibilità d’azione o di approccio. Nel momento in cui lo psichiatra si trova faccia a faccia con il suo interlocutore (il “malato mentale”) sa di poter contare su un bagalio di conoscenze tecniche con le quali – partendo dai sintomi – sarà in grado di ricostruire il fantasma di una malattia; avendo tuttavia la netta percezione che – non appena ne avrà formulata la diagnosi – l’uomo sfuggirà ai suoi occhi, perché definitivamente codificato in un ruolo che ne sancisce soprattutto un nuovo status sociale. 
Ho pensato di riprendere queste parole, a mio avviso illuminate, di Franco Basaglia per mettere l’accento su un uso scorretto che si può fare della diagnosi, da parte di noi clinici, nel momento in cui diamo molta più importanza all’esigenza di categorizzare che non all’importanza di conoscere realmente e di entrare in relazione con l’altro.

Mi sono sempre chiesta se dietro a questo uso, a mio avviso improprio, della diagnosi all’interno del processo di presa in carico del paziente non vi sia una difficoltà del terapeuta a vivere la relazione con l’altro. Forse occorre “sporcarsi le mani” ed entrare in contatto con il mondo interno dell’altro, aiutarlo a dare voce alle proprie emozioni e percorrere insieme una strada che in alcuni momenti può anche essere incerta e faticosa. In questo senso la diagnosi può essere una mappa ma non il territorio (come direbbe Gregory Bateson) ovvero può aiutarci a trovare l’orientamento ma non deve essere reificata.

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psicologa psicoterapeuta

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