Nell’articolo di oggi mi piacerebbe fornire alcuni spunti di riflessione a partire da un famoso libro di Oliver Sacks, L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello”. Nello specifico, utilizzerò alcuni spunti per approfondire l’utilizzo dei test in psicologia e nell’ambito del lavoro di psicoterapia.

A tal proposito, citerò ad esempio la parte del libro relativa alla storia di Rebecca, la quale viene descritta da Sacks in questo modo: “Quando si presentò alla nostra clinica, Rebecca da tutt’altro che una bambina: aveva 19 anni ma, come diceva sua nonna: <in certe cose è proprio come una bambina>. Non sapeva orizzontarsi nel padiglione, non riusciva ad aprire le porte perché non capiva come andasse infilata la chiave e ogni volta che glielo spiegavano lo dimenticava…in tutti i suoi movimenti era goffa e scoordinata: <un fantoccio>diceva una relazione clinica; una <idiota motoria>, diceva un’altra (e tuttavia, quando ballava, la sua goffaggine scompariva d’incanto”.
Nel descrivere Rebecca, Sacks racconta di una ragazza “vittima” della sua menomazione derivante da problemi neurologici che hanno fortemente condizionato le sue capacità. Gli stessi test ai quali Rebecca era stata sottoposta rivelavano gravi problematiche ed evidenziavano i profondi limiti di Rebecca.

Lo stesso Sacks, tuttavia, inizia a comprendere che questo modo di osservare Rebecca aveva portato a “scomporla” esclusivamente in “funzioni e deficit”, perdendo di vista la sua complessità di individuo e rendendo più difficile, anche allo stesso clinico, l’individuare le risorse di Rebecca.

Prosegue Sacks: “I nostri test, i nostri approcci, pensai osservandola lì sulla panchina,…le nostre <valutazioni> sono ridicolmente insufficienti. Ci rivelano solo i deficit, non le capacità; ci forniscono solo dati frammentari e schemi, mentre abbiamo bisogno di vedere una musica, un racconto, una serie di azioni vissute, un essere che si comporta spontaneamente nel suo modo naturale. Rebecca, pensai, era completa e intatta come essere <narrativo>, nelle condizioni che le consentivano di organizzarsi in modo narrativo: ed era molto importante saperlo, poiché ciò permetteva di vedere lei, e il suo potenziale, in modo del tutto diverso da quello imposto dal modo schematico”.

Personalmente, condivido le osservazioni di Sacks e credo che questo sia un punto di vista importante, da tenere sempre in considerazione ogniqualvolta ci ritroviamo, come clinici, sia all’interno di un lavoro di valutazione con le persone sia nell’ambito del lavoro di psicoterapia.

Spesso infatti possiamo cadere nel rischio di assumere un approccio implicitamente centrato sui deficit e sulle difficoltà e forse alle volte il rischio è ancor maggiore in quanto non ne siamo nemmeno consapevoli, condizionati dal pregiudizio di fare valutazioni corrette perché avvalorate da strumenti diagnostici accurati e specifici. Ritengo invece che gli strumenti, preziosissimi arnesi del mestiere che ci permettono di avere un’idea più approfondita della persona con la quale stiamo lavorando, debbono essere utilizzati con coscienza e non dobbiamo diventare loro prigionieri.

Nel lavoro di psicoterapia spesso utilizzo alcuni strumenti testistici (ad esempio il test di Rorschach o alcuni test grafici), tuttavia faccio in modo che essi permettano di fare emergere tematiche che possono essere utilizzate con il paziente nel percorso psicologico, senza che, come ha ben detto Franco Basaglia, il paziente non scompaia dietro l’etichetta diagnostica.

Dal mio punto di vista, questi concetti devono essere alla base del lavoro di psicoterapia che si imposta con il paziente e, nel corso degli anni, ho potuto vedere che tale approccio permette di favorire nel paziente la valorizzazione delle proprie risorse. 


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psicologa psicoterapeuta

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